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Cultura e verdura nella Festa romanesca di S. Giovanni 25 Maggio 2007
Le simbologie sacre e profane che ispirarono le tradizioni ortofrutticole romane
 L'antica targa marmorea che ricorda nel titolo della Basilica di San Giovanni in Laterano (madre e sovrana di tutte le chiese) le tipiche "erbe di San Giovanni"
Sono molteplici, stretti e profondi i nessi culturali che connettono l'identità istituzionale e l'attività del Centro Agroalimentare Roma all'antica festa romana del 24 giugno. Per celebrare il Solstizio d'estate e porre sotto i migliori auspici i nuovi cicli agricoli, i romani dedicavano questo giorno a una riaffermazione condivisa delle credenze tradizionali e dei significati simbolici connessi a certe erbe, a certe verdure e a certi frutti. Per secoli, in occasione della Festa di San Giovanni (il 24 giugno era ritenuto il giorno del Solstizio estivo) nell'omonima piazza e nei prati più vicini alla Basilica per metà dedicata al Santo Precursore e per l'altra al Collega Evangelista, i romani con le loro autorità civili e religiose celebrarono cerimonie, rituali, sacrifici, messe e sacre rappresentazioni. Ma subito dopo, se la spassavano con giochi, canti e balli. Si attrippavano in scorpacciate, merende, bevute, sbronze. Si divertivano in partite a carte, a morra, a cazzomarone, davanti a fuochi artificiali e faló. Compiacevano figli e mogli comprando a basso prezzo frutta, verdura, lumache, piccoli giocattoli, modesti soprammobili e soprattutto quei mazzetti di erbe aromatiche portafortuna (dette erbe di San Giovanni) che finivano sulle porte di casa o nei cassetti della biancheria. In queste baldorie, pochi si esimevano da improvvisazioni collettive di versi, cori carnascialeschi, severi canoni religiosi, stornellate a dispetto che non di rado finivano a coltellate, serenate a strappacore per sedurre le ragazze, interpretazioni delle prime canzoni di successo, concorsi canori finanziati da negozi e mobilifici. Inizió così (nel 1891 o un anno prima) la Festa di San Giovanni della Canzone Romana. Ma non c'è da scandalizzarsi nel prendere atto delle effervescenti atmosfere – allora si diceva ruffiane, oggi sexy – nelle quali per secoli si svolse questa festa nei pratoni alberati stesi tra le basiliche di San Giovanni e Santa Croce in Gerusalemme in parallelo alle antiche mura.Si é conservato fino ad oggi l'editto pontificio del 1825 in cui il Cardinal Vicario diffidava i giovani dei due sessi dal commettere abusi o scandali sotto pena di severe punizioni anche corporali. E nel 1884, a chi proprio non capiva quali fossero le pulsioni giovanili più eccitate dai trasgressivi contatti della Festa di San Giovanni specie la sera della vigilia, lo scrittore Gigi Palomba riferì dei festosi assembramenti che avvenivano nella zona fino all'alba, come "chiassosa e ininterrotta orgia notturna, nella quale tutta Roma si riversa sullo stradone alberato tra le due basiliche…". Questo spettacolare insieme di manifestazioni popolari (entusiasmanti per i romani ritratti nell'antica iconografia in atteggiamenti festosi) aveva tra le sue premesse culturali il rito della riappacificazione delle amicizie rotte da liti e il rinsaldamento del tradizionale istituto romano del comparaggio, che fino all'800 garantì la tenuta di contratti e negozi giuridici: matrimoni, compravendite, battesimi, padrinati, mediazioni, prestiti,
 I "pratoni" di San Giovanni nell'800 da una incisione in ferro di Drawn e Allen
Ma prima che la chiesa di San Giovanni sorgesse nel Laterano, la festa del Solstizio estivo avveniva già nella stessa suggestiva pianura proiettata verso i Colli Albani con alberi, cespugli e prati, successivamente divisa tra città (al di qua della Porta Asinaria) e campagna (fuori delle Mura Aureliane) in un fertile ma precario equilibrio tra natura e cultura, tra sacro e profano, tra santità e diavolerie, tra fede e magie. Infatti, in nessun altro punto di Roma come questo la campagna e la città si avvicinano tanto fino a fondersi e a confondersi. Proprio lì, fin dall'epoca arcaica, per ringraziare della nuova stagione agricola Fors Fortuna – la dea romana del successo sovente raffigurata anche come Flora o Pomona (l'una divinità della fertilità agricola e l'altra dell'abbondanza alimentare) veniva adorata in un tempio presso quel Foro Olitorio che da mercato generale degli erbaggi si può considerarecome un antenato del Centro Agroalimentare Roma – i capi religiosi partecipavano alla solennità della festa con riti propizi all'arricchimento dei raccolti. E una di queste pratiche finì per sopravvivere fino agli inizi del XIX secolo. I salti beneaugurati spiccati sulle ceneri dei fuochi accesi da contadini e coltivatori ansiosi di buoni raccolti costituirono un composto ricco di significati simbolici con funzioni soprattutto immunitarie: purificarsi delle colpe e delle cattive intenzioni, rendersi inattaccabile dalle tentazioni, sollecitare favorevoli intercessioni di benefiche divinità e poi dei santi. Certo, il discorso è molto più ampio e complesso. Contiene riferimenti ai fuochi rituali accesi da Romolo dopo la fondazione di Roma, alle fiamme sacre alla dea Vesta, agli arcaici sacrifici incendiari per Apollo-Sole, agli scongiuri medioevali fatti bruciando mazzi di spighe secche ed erbe odorose per scacciare la iella e arricchire i raccolti. Perciò, fino alla fine del XIX secolo, i romani ritornavano a casa dalla Festa di San Giovanni con un corredo di mezzi (nozioni e oggetti) capaci di allontanare streghe, sfortuna, malattie, carestie, miserie e peccati, sfruttando "a fin di bene" un'intricata sintesi funzionale di tutte le sacre attribuzioni del San Giovanni Messaggero-Precursore e del San Giovanni Evangelista-Conciliatore: musica, voce, canzoni; frutta, erbe officinali e piante aromatiche; lumache, fuochi, acque, tesori. Creazione polisemica ricca fino all'inverosimile di materiali culturali diversi (residui mitologici e testi biblici, valenze rituali e funzioni apotropaiche, visioni cosmologiche e saperi naturalistici), la Festa del 24 giugno – intesa non come rassegna della Canzone romana, ma come nucleo di credenze popolari ispirate al Solstizio d'estate – rappresenta dunque da secoli ed anzi da millenni il più forte e più nitido riscontro della profonda immedesimazione dei romani in tradizioni in cui l'agricoltura non era solo un'attività di coltivazione della terra e di raccolta dei suoi frutti alimentari.
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