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L'alimentazione sbagliata dei bambini è il frutto bacato dell'educazione dei genitori
Se i pupi diprezzano frutta, verdura e pesce, la colpa è delle mamme abitudinarie, superficiali, conformiste Seduto in tavola con le famiglie italiane ad imporre loro come l'inflessibile direttore di un carcere la esatta composizione dei menù di pranzi e cene c'è un "serpente che si morde la coda", trasmettendo ai bambini le abitudini alimentari (anche distorte) dei genitori e ad essi di recepire per quieto vivere le capricciose preferenze alimentari dei pupi. Questo folle direttore di tavola si diverte a restringere e irrigidire l'alimentazione delle famiglie e dei bimbi in un ventaglio minimo e uniforme di pietanze sempre uguali: specie pasta e dolci. Questo l'allarme lanciato da una ricerca effettuata da due studiosi dell'Ospedale Pediatrico di Roma Bambino Gesù - il pediatra e nutrizionista Giuseppe Morino e la psicologa dello sviluppo Viviana Finistrella – su 127 famiglie romane con bambini tra i 3 e i 6 anni. Titolata "Valutazione delle scelte alimentari genitoriali e sviluppo delle preferenze alimentari in un campione di bambini della scuola materna", la ricerca ha analizzato i modelli alimentari presenti in età prescolare e i fattori che li condizionano, studiando soprattutto le cosiddette reazioni alimentari avversative di coppie madre-bambino (reazioni di disgusto e di timore per alimenti non conosciuti) o selettive (rifiuto di singoli cibi o di intere classi di cibi noti). Benché i ricercatori premettano che un atteggiamento neofobico può aver pure il positivo connotato della difesa da cibi potenzialmente nocivi o pericolosi e può quindi denotare sana cautela, troppe ostilità e timori per alimenti nuovi o particolari può frenare lo sviluppo di una sana alimentazione comprimendo anche drasticamente la varietà del consumo soprattutto tra i bambini. La ricerca ha infatti voluto chiarire questi aspetti dal punto di osservazione dell'età prescolare (3-6 anni): fase chiave per costruire i modelli di consumo. Finito lo svezzamento il bambino coglie la varietà dei cibi per tipologia, consistenza, sapore. Nella scuola materna sperimenta i nuovi rapporti sociali ed i nuovi modi di stare a tavola, di mangiare, di provare novità con i compagni. E' da lì spesso che affiorano modelli alimentari disadattivi, come il rifiuto del pasto, che possono far del pranzo a mensa o a casa un disagio. In questa fase va misurato il peso che possono avere le modalità alimentari genitoriali sulla formazione degli schemi infantili: specie degli atteggiamenti di rifiuto o di selettività. Lo studio dimostra stretti legami tra la condotta dei genitori e quella dei figli saldati da una diffusa tendenza genitoriale "conservatrice" nelle scelte alimentari proprie e nelle loro proposte ai figli. L'85,2% delle mamme assume mai o di rado cibi sgraditi e il 68% offre mai o di rado ai figli cibi che essi disprezzano. I "cibi nuovi" sono assunti di rado da mamme (79% ) e bambini (75%)., secondo una tendenza materna a evitare i cibi sgraditi e ad aprisi poco a cibi nuovi che deriva forse da modelli genitoriali ristretti e poco propositivi con i figli per un timore del rifiuto alimentare del bambino risolto ripetendo il "rito del pasto" come una ciclica riproposizione di menù uguali, sperimentati con successo per soddisfare i fabbisogni filiali. Ma anche le reazioni avversative (atteggiamenti neofobici e selettivi) di genitori e bambini verso il mangiare sono correlate. Quelle dei genitori fanno infatti da modelli nella costruzione dei "pattern" infantili segnati da rifiuto e chiusura delle novità alimentari. Pertanto figli e genitori hanno spesso i medesimi atteggiamenti di preferenza/disgusto per i medesimii alimenti. Nella ricerca di Finistrella e Morino addirittura l'84,2% delle coppie madre-bambino preferisce lo stesso cibo (specie se pasta e dolci) con un elevato indice di correlazione. Riguardo ai cibi sgraditi, c'è più variabilità: il 38,6% delle coppie madre-bambino giudica sgradito lo stesso alimento (la verdura soprattutto) e benché il nesso sia sempre stretto, tale dato é leggermente più basso del precedente. Ciò potrebbe significare che la scelta negativa del bambino (rifiuto) verso un cibo è meno condizionata dall'influenza dei genitori (per predisposizioni genetiche o per temperamento) di quanto non sia la preferenza, che risulta più influenzabile dai genitori. Lo studio rivela o conferma dunque nessi interessanti tra gli atteggiamenti alimentari precoci ed i fattori che li influenzano, suggerendo indicazioni al riguardo. I professionisti della nutrizione infantile vengono invitati a valutare il peso delle scelte e degli usi alimentari genitoriali nella costruzione dei modelli infantili dalla prima età per dar aiuto alle madri nella gestione dell'alimentazione filiale elevando la consapevolezza e il riconoscimento dei propri schemi alimentari e dei modelli proposti anche implicitamente ai figli. Sono invitati ad aiutare i genitori a gestire il rifiuto dei figli per i cibi nuovi. I 3-5 anni sono un'età critica in cui il "no" infantile a situazioni/persone/oggetti sconosciuti rientra in una normalità che tende a diminuire con la crescita e l'accesso a nuove tappe di sviluppo, ma che inizialmente si traduce in una vera avversione ai cibi ritenuti sgradevoli (come la verdura) o non conosciuti. In questa fase bisogna suggerirei alle madri le strategie di gestione del rifiuto alimentare dei figli-bambini. Ai genitori i due studiosi rivolgono invece queste indicazioni: Acquistare consapevolezza del ruolo di modello per il bambino nella trasmissione di atteggiamenti di fiducia e curiosità per il cibo con la convinzione che il pasto è un fatto non solo alimentare, da condividere con tutto il nucleo familiare. Fare proposte alimentari variegate e diversificate, perché il bimbo possa abituarsi a "sperimentare" i cibi in famiglia e a partecipare questa esperienza anche in contesti e situazioni sociali extrafamiliari. E' infatti noto che il bambino assaggi più volentieri cibi che in precedenza sono stati assaggiati e discussi (sul sapore, odore, colore e consistenza) dai genitori. Non servire sempre e solo cibi che il bambino apprezza, cioé "sicuri" perché innescano e giustificano atteggiamenti neofobici e selettivi. Non usare strategie coercitive o basate sul binomio premio/punizione, né proporre alimenti graditi come ricompensa per aver mangiato cibi nuovi o sgraditi: il solo effetto che si ottiene è lo sviluppo di una preferenza per l'alimento-premio a scapito del cibo che si voleva introdurre. Ripetere almeno 10 volte l'esposizione al cibo nuovo in un arco di tempo medio-lungo in contesti diversi con diverse preparazioni: spesso i genitori si limitano al massimo a 3 tentativi, che non bastano perché si formi nel bambino una reazione stabile di preferenza o disgusto.
"Quasi 4 milioni le famiglie con un componente obeso"
Obesità e diabete infantile due malattie tutte italiane
In Italia gli individui obesi ammontano all'8,6% della popolazione oltre i 14 anni ed un 36% ha problemi di peso: questi dati vengono da una ricerca di "Iha" su un campione rappresentativo di Italiani. Il 53,3% degli individui obesi è di sesso femminile e i problemi di peso aumentano con l'età. Le famiglie con almeno un componente obeso sono 3,7 milioni: il 17% del totale. Si tratta di famiglie numerose di livello socioeconomico mediobasso, residenti in prevalenza al Sud, con un'anziana responsabile degli acquisti di casa. Ma ci sono dati ancora più preoccupanti a questo riguardo nel nostro Paese. Insieme all'aumento di peso corporeo in Italia si evidenzia quello del grasso viscerale, che porta a un incremento di prevalenza dell'intolleranza al carico di glucosio: IGT. La percentuale di IGT nell'obesità infantile varia da un agghiacciante 25 % registrato negli USA al 4 % riscontrato in Italia, sebbene queste valutazioni – è emerso da un convegno tenuto a ottobre presso l'ospedale pediatrico Bambin Gesù - per quello che riguarda il nostro Paese sono senz'altro sottostimate. Dati recenti dello stesso ospedale hanno evidenziato una percentuale di
IGT superiore al 10 % dei bambini obesi studiati quindi un diabete che fino a pochi anni fa non compariva in bambini e adolescenti obesi. Si puó dire perció che il cambiamento di stili di vita, i mutamenti alimentari, il minor dispendio energetico hanno permesso di scoprire precocemente pazienti con la cosiddetta "sindrome metabolica", che notoriamente predispone alla cardiopatia, all'ipertensione, all'iperlipemia con aumento generalizzato dei fattori di rischio cardiovascolare.
Nemico junk food
In America lo chiamano "junk-food" (cibo spazzatura) e, per i pediatri di tutto il mondo, è la principale causa di obesità infantile: un fenomeno in continuo aumento, tanto da assumere le dimensioni di una sorta di epidemia nei Paesi industrializzati. In testa alla classifica europea della obesità infantile c'è proprio l'Italia dove un 35 % dei bambini di 10 anni è soprappeso, seguita da Malta, Grecia, Spagna. Nel Nordeuropa la media oscilla intorno a un 20%. "Nella. nostra società - afferma la dottoressa Francesca Masciantonio pediatra del Distretto sanitario di via Gualandi a Guidonia – bambini e ragazzi seguono una alimentazione qualitativamente sbagliata, ipercalorica, ricca di grassi e zuccheri semplici contenuti in dolci e succhi di frutta, merendine, bibite gassate e povera delle fibre contenute in legumi, verdure, frutta stagionale". Oltre la dieta sbagliata congiura contro la salute di bambini e adolescenti anche lo stile di vita sedentario di chi passa la giornata tra i banchi di scuola e i videogiochi. "Calorie in eccesso e sedentarietà – sottolinea Francesca – possono rovinare per sempre la salute di un bambino".
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